Nelle ultime settimane il tempo per fare cose insieme è stato poco, sebbene intenso. I piccoli passi nella strada intrapresa, pian piano ci portano avanti. Come in una lenta progressione in montagna, dove ogni sforzo, ogni fatica ed ogni rischio portano a salire sempre di più. Ma la fatica spesso è tanta. Non solo per la concentrazione “mentale”, che richiede di focalizzare i propri pensieri e il proprio interesse verso una specifica direzione, cercando di non inciampare nelle trame di altri coinvolgimenti che la realtà quotidiana ci offre (o, a volte, ci impone di affrontare), ma anche per la fatica fisica, che comporta compiere determinate operazioni o affrontare determinate situazioni.
Forse a questo punto è consigliabile una premessa, per chiarire fin da subito che voglio raccontare una mia esperienza, anzi una mia emozione, personale, e che non è mia pretesa, né mio intento, captare l’interesse di tutti. Vorrei solo che questo mio blog venisse preso per quello che è: un racconto che serve a me per dipanare un groviglio di emozioni e una resoconto di alcuni fatti, che magari qualcuno riuscirà a comprendere meglio di me e a fornirmi utili suggerimenti.
Non tutti siamo uguali. Non tutti abbiamo le stesse aspirazioni, non tutti abbiamo gli stessi sogni, come è naturale e giusto che sia. Dei 1920 iscritti a Raglio.com credo che solo una piccola parte sia interessato a girovagare con l’asino fuori dal recinto, per un’ora, un giorno o per tanti giorni.
In questo blog racconto, con umiltà, il nostro incedere, che spesso ha l’andatura dei gamberi: tre passetti avanti e un balzo indietro.
Ogni giorno nel tempo che stiamo insieme, attraverso le cose che facciamo insieme, i giochi, le carezze, l’addestramento, impariamo a conoscerci di più. Ormai intuisco una energica musata di affetto, o un morso di compiacimento, o di dominanza, un attimo prima che arrivino. So che devo guardarmi alle spalle, quando c’è troppa euforia in giro... Prevedo un diniego quando mi accorgo, in ritardo, che la mia è una richiesta sciocca. E intuisco quando sarai disponibile al mio invito a coricarti per farmi salire in groppa o a saltare l’ostacolo al mio “fai hop e ti do il toh!”. So che se porti il basto o lo zaino per asino, ti comporti con senso di responsabilità. So che pesi oltre trecento chili e che nei nostri sentieri ripidi, in discesa puoi scivolare e travolgermi.
Voglio fare un bel cammino con te, e so che anche a te piacerà, perché “sento” la tua gioia , quasi la tua fierezza, quando siamo in giro. E voglio che ci prepariamo come conviene. Perciò penso, mi guardo attorno, cerco le persone dalle quali poter imparare qualcosa, mi occupo dei tuoi zoccoli (che sembravano tanto inadeguati, l’estate scorsa, e ora sono quasi perfetti e… scalzi!), penso all’attrezzatura, alle difficoltà, all’allenamento.
Ogni nuova cosa, che sia una campanella da appenderti al collo, che sia un picchetto cui legarti, te la presento con cautela, e non mi sorprendo della naturalezza con cui tu l’accetti, da subito, sereno riconfermandomi, ogni volta, la tua fiducia.
Apprezzo la tua pazienza e la tua sopportazione nel subire i miei goffi sforzi per metterti il basto, troppo pesante per me, in rapporto alla tua e alla mia statura, pertanto cerco di allenare spalle e braccia e di acquisire la tecnica giusta per fare meno fatica.
E poi, quando c’è più tempo, si va! la passeggiata di ieri, sole splendente ed aria fredda, un percorso ad anello, sconosciuto per me, ma un amico ci accompagna, 7 ore di cammino, forti dislivelli, tu col tuo zaino d’asino, con dentro anche una pietra per bilanciare il piccolo carico, io col mio zainetto che odora di te.
La solita strada fino al passaggio a livello, vie cittadine col traffico del sabato mattina, poi il sentiero, ripido, stretto, con massi come scalini, scivoloso di foglie. “ Che ripido! in discesa avrei timore a scendere” esclamo, mentre il tuo cloppete cloppete è irregolare, come il sentiero, come il nostro respiro affannoso.
Poi incrociamo una pista antincendio, e tu quasi trotterelli dal sollievo. Un’ora e il bosco lascia il posto a dei prati, quattro case, il fumo del pranzo sul camino. Ed ecco una griglia larga mezzo metro, su un canaletto profondo mezzo metro. Di solito non ci fai caso, invece ti fermi, risoluto. Insisto: niente. Questa è una novità: non ti preoccupi mai di griglie e tombini. Prendiamo da un pollaio lì vicino due listelli di legno e li posiamo sulla griglia, picchietto sul metallo, rilassata, e tu capisci che non c’è nulla da temere, fai un balzo (e questo non va bene, dovresti camminarci sopra) e proseguiamo. Attraversato il paesino, scendiamo per una breve ripida mulattiera e arriviamo in un bellissimo prato. Ci fermiamo a mangiare, son le due passate. Non ti lego, tu pascoli laggiù, poi lì, qui, qua sopra “ no dai, lascia stare il mio sacchetto!” Lo so che non ti allontani, di do la libertà di farlo, e allora non lo fai. Vado dietro ad un masso per una necessità, e tu, non vedendomi più là vicino al nostro amico, ti metti in allarme parti a cercarmi. Pepitino d’oro, quanto bene mi vuoi!
Ritiro nel tuo zaino il mio sacchetto, semi vuoto, e ci incamminiamo attraverso il prato, verso il ponte in pietra.
E’ un ponte ad arco in pietra, con muretti per spallette, solido, largo, apparentemente privo di insidie… (metto la foto, così lo vedete). L’amico è avanti, io per nulla prevenuta al riguardo, son tranquilla, nessuna tensione, cammino normalmente, ma tu ti arresti. Chissà cosa vedi, cosa senti. Me lo domando, poi lo chiedo a te. Fingo disinvoltura e ti tiro. Niente. Mi accosto al tuo testone e ti parlo con calma, con tono che a me sembra convincente, più ancora degli argomenti che adduco, ma niente. Sembra che non mi credi. Provo a ridacchiare, a prenderti in giro, come quando ad un bimbo che non ti saluta si chiede se il gatto gli ha mangiato la lingua. Ma tu mi ignori. Penso a tutte le volte in cui ho constatato la tua fiducia in me. Provo a percorrere avanti e indietro il ponte. Ti do conferma che è solido. Niente. Con un modo di fare tipicamente umano, ricorro al tasto emozionale, attraverso il ponte, imbocco il sentiero e mi nascondo (vergognandomi un po’… ). Tu ti allarmi, ragli disperato, corri lungo il bordo del prato verso la scarpata del ruscello, ma il ponte non lo prendi nemmeno in considerazione. Riapparvo. Lascio che il nostro amico provi a tirarti con tutta la sua forza: misero tentativo! Allora prendo dal tuo zaino una corda lunga per fartela passare dietro ai posteriori, sulle cosce e tirare, secondo una tecnica assai diffusa, non mi sento sicura e rinuncio. Sono davvero perplessa: nel luogo della villeggiatura estiva c’è un ponte simile e tu lo passi senza neppure farci caso, quando ti aggiri libero per conto tuo. Perché questo ponte no? E’ uguale Pepito, anzi, è più corto e con spallette più alte e perciò più sicuro. Staticamente è stabile e rigido. Passa! dai! Niente da fare.
Eccoci qua a pensare a come tornare a casa, e si è fatto tardi. Di guadare il ruscello non ci penso nemmeno: so che io finirei a mollo e che Pepito resterebbe sulla riva, asciutti anche gli zoccoli, a guardarmi con commiserazione. Perciò possiamo scegliere tra 8 km di carrozzabile prediletta dalle moto per i suoi tornanti (soprattutto in un sabato soleggiato di Marzo) o tornare da dove siamo venuti. Scelgo la seconda soluzione. I parapetti metallici stradali sono un nostro problema, questo almeno lo so già, non come per la novità della paura dei ponti. Ci avviamo. Son mortificata con il nostro amico, ma questo posso anche sopportarlo. Son sconfortata per me, per noi: ma dove crediamo di andare, in cammino cloppete cloppete se neppure riesco ad avere garanzia su quelle che consideravo certezze acquisite? I guard-rail sul vuoto lo so che li temi. Questo è un ostacolo sul quale dobbiamo lavorare, ma le griglie e i ponti no. Non sono un problema. A volte sembra che non ti accorgi neanche che li stai attraversando. Come posso far progetti grandiosi se non posso esser certa che non ti arresterai per un cancello, un colore, un suono, che prima neppure parevi percepire? cosa regola queste tue emozioni? o sono capricci? Perché ti infili fiducioso nelle strettoie dei dissuasori, che altri rifiuterebbero, perché cammini su lamiere o teli di plastica dimenticati per terra? perché infili la testa dentro al finestrino delle automobili e ti specchi nelle vetrine? Devo aspettarmi che tutto possa cambiare così, senza apparente motivo? E se andiamo lontano e terminata la nostra vacanza non vuoi più salire sul camion? Ci trasferiamo a vivere là? Tutto questo pensavo, mentre camminavo a ritroso, nel percorso sul territorio e nel percorso di addestramento e preparazione. Che sconforto. Ed ecco che non mi accorgo che hai appena oltrepassato la griglia, quella dell’andata, senza neppure farci caso. Invece di rallegrarmi sono sempre più confusa… E non riesco a non pensare a quel sentiero ripidissimo e pieno di scalini e col fondo scivoloso di foglie che già era difficile in salita.
Ma poi lo imbocchiamo e dobbiamo andar giù. Procediamo così: ti fermo, lascio due metri di longhina e faccio tre passi, mi metto al sicuro dalla parte a monte o contro ad un albero e ti faccio fare quel metro e mezzo, e così ancora e ancora e ancora. Ci impieghiamo più di un’ora. Son zitta e tu sei attentissimo. Cado, ma ti arresti a pochi centimetri. Il mio amico non può aiutarci, perciò fa delle foto. Mi serviranno per controllare la mia e la tua posizione, le tue orecchie e il tuo atteggiamento, la stabilità dello zaino d’asino: potrò imparare delle cose, come sempre. Arriviamo in fondo, siamo stanchi, ma tra un’altra oretta saremo al recinto. Sei stato bravissimo! Ma rimane la sconfitta del ponte. La consapevolezza che con te non posso avere certezze, per ora. Ma voglio che sia di sprone per lavorare ancora e tanto a costruire il nostro rapporto di fiducia, voglio parlare con chi ha più esperienza, voglio leggere e capire, e provare, provare, provare. Voglio che anche a te vanga questa voglia!
Arrivati al recinto, salutato l’amico, ti lego, ti scarico e ti controllo gli zoccoli, mentre Pesca, dopo averti dato il benvenuto, reclama il suo fieno. Quando ti libero mi cammini intorno, poi fai la soma, e te ne stai lì in piedi fermo, stanco, lo sguardo rivolto lontano, mentre finisco i lavori. Poi vi do il fieno e vi mettete a mangiare. Mi carico in spalla il tuo zaino e mi avvio verso la mia macchina: tu smetti di mangiare e corri al cancelletto, a salutarmi. Mi si apre un sorriso. Si Pepito, siamo ancora amici.
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 | CommentiIn questo momento ci sono 17 commenti |  |
|  |  | Inserito da heidiepeter il 17-Mar-2013 alle 18:03:46
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Anch'io ho fatto un pensiero sulla sua fermata inesorabile e certo nn ho una risposta pronta, ma mi sono ricordata di aver letto, forse in uno dei miei libri o non so piu dove o forse era sui muli, che a volte si fermano davanti ad un ostacolo che non è esattamente il punto ad essere il problema, ma che percepiscono un pericolo, un problema in agguato, che si presenta piu in là.
Chissà, sarà una mia idea, impressione, ma forse Pepito sapeva che non è bene continuare e vi ha fatti tornare a casa sani e salvi.
Prova a chiederglielo, a occhi chiusi e poi vedi cosa ti balza in mente, dovrebbe essere la sua risposta  | | | | |  | | | |
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|  |  | Inserito da foxtrot il 17-Mar-2013 alle 20:03:12
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|  |  | Inserito da icaro il 18-Mar-2013 alle 21:03:23
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|  |  | Inserito da platero il 20-Mar-2013 alle 10:03:14
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Senz’altro dò ragione ad Elcholo ed Icaro: avrei dovuto avere più tempo. Sedermi e guardare cosa vedeva lui. Lasciarlo pascolare ancora e poi riprovare. Oppure fare come Mora, andarmene e aspettarlo… sperando!
Icaro, certo poter seguire un asino o un cavallo che dà l’esempio, sarebbe la maniera più facile.
Infine, sono contenta Foxtrot, di “aver dato voce” a quelle che sono anche le tue emozioni, dalle foto che hai pubblicato recentemente vedo che anche tu ti incammini in sentieri difficili!
P.S. per Francescosid: sembrerà strano, ma sento di più il bisogno di scrivere quando ho delle difficoltà, quando devo esprimere “quelle che ci sembrano sconfitte”. Credo che possa servire, a me e agli altri. Anche se non ci faccio una gran bella figura!
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|  |  | Inserito da rasti il 20-Mar-2013 alle 11:03:54
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la tua pagina di diario puo' sembrare lunga se non la leggi.
No,non lo è abbastanza;la leggi con chiarezza,entusiasmo e interesse tanto da arrivarne alla fine e dirti:"ma come è gia' finita !".Ti cattura...
Sai io sono in accordo con il Pepitone d'oro ,le certezze non servono.
"La certezza crea un ordine verticale della mente la quale diventa incline a subordinare tutte le proprie concezioni a quel supremo principio, in altre parole a gerarchizzare senza pietà i pensieri"G.P.P
Un bravo Asinaro (inteso come amico dell') deve sempre fare i conti con l'imprevedibile,che sia questo un comportamento diverso,una paura o l'ostacolo del giorno.
Con paziente costanza,ardore e, non poche difficolta' siete riusciti a costruire,con piccoli passi avanti e alcuni indietro un legame d'amicizia tra esseri viventi cosi' diversi ma cosi' simili.
Un salutone e una carezza in attesa della vostra prossima Mission: Impossible/Possible ;-)
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|  |  | Inserito da platero il 29-Dic-2013 alle 19:12:26
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